Gruppo 25 aprile

Piattaforma civica (e apartitica) per Venezia e la sua laguna

Iperturismo: il nostro intervento al Festival del cinema di Oslo

Il Festival internazionale del cinema documentario di Oslo, giunto alla sua undicesima edizione, ha invitato il Gruppo25aprile a portare la sua testimonianza nella giornata conclusiva, dedicata al tema dell’iperturismo (“overtourism”) – unici ospiti italiani in una rassegna di alto livello che quest’anno ha premiato “The silence of others” di Almudena Carracedo (Spagna, 2018):

Spunto per il dibattito era la proiezione di un documentario di Antje Chris dal titolo provocatorio “Tourist go home”,  che mette a confronto le realtà di Barcellona, Venezia e Dubrovnik con interviste ai sindaci rispettivi e anche, nel caso di Venezia, a gruppi di attivisti come il Comitato “No Grandi Navi”. Canto e controcanto piuttosto nitidi (viste le opposte posizioni) anche se le interviste sono “datate” e non riflettono gli sviluppi più recenti quali ad esempio la tassa di sbarco o “contributo di accesso” a Venezia.

Il tema del dibattito – in lingua inglese – non era limitato alle grandi navi (che nel caso di Venezia sono l’aspetto più “mediatico” e facilmente comprensibile nel loro contrasto anche visivo con la delicatezza del tessuto urbano e ambientale). Trattandosi di una piattaforma civica che da quasi 5 anni lavora “a 360 gradi” ci era stato chiesto di fare una presentazione a tutto campo e ci abbiamo provato, nei limiti di tempo accordati.

Quella che segue è una sintesi dei punti toccati dal nostro portavoce Marco Gasparinetti.

Tralasciamo volutamente – perché chi ci legge già la conosce – la parte dell’intervento dedicata ad illustrare al pubblico internazionale la “storia” e la ragion d’essere del Gruppo25aprile, nato nell’anno dello scandalo del “MoSe” (2014) anche come reazione cittadina alla sfiducia nei partiti tradizionali che da quello scandalo erano usciti screditati. Piattaforma civica pluralista e apartitica – che non vuol dire “apolitica”, dato che chiunque si occupi della “polis” fa in qualche modo politica – ma soprattutto gruppo di persone profondamente innamorate di Venezia e della sua Laguna.

Oslo 1 Gasp

Oslo, 3 marzo 2019

Venezia è il paradosso vivente di una città pedonale i cui livelli di inquinamento hanno ormai raggiunto quelli di Milano, mentre i residenti sempre meno numerosi continuano a sobbarcarsi tutti gli svantaggi della città pedonale senza più vederne i benefici in termini di salute. Non solo a causa delle grandi navi (assenti o quasi nel periodo invernale), ma di un traffico acqueo locale impazzito per rincorrere le necessità di un turismo sempre più invadente: lo dimostrano i dati sul biossido di azoto (che diversamente dalle PM10 sono meno sensibili all’inquinamento “di fondo” e riflettono da vicino le fonti emissive locali) registrati dalla centralina ARPAV in rio Novo.

Ma questo è soltanto uno dei paradossi di una città che dopo avere “inventato” il turismo e averne tratto anche grandi benefici sembra aver perso completamento il controllo della sua creatura – un po’ come nella storia di Frankestein, volendo fare una citazione cinematografica. Per riprendere in mano la situazione gli strumenti ci sarebbero e lo strumento cardine è quello indicato in un celebre quanto inapplicato studio di Ca’ Foscari: la soglia o “capacità di carico”. Inapplicato o disapplicato per molti motivi ma soprattutto per mancanza di un requisito chiave: la volontà politica.

La politica locale negli ultimi anni si è dimostrata incapace di offrire una visione di lungo termine o anche soltanto un “progetto” di città, limitandosi a rincorrere il voto delle singole categorie e in particolare di quelle più rumorose o influenti, che non necessariamente rappresentano la maggioranza della popolazione ma sono meglio attrezzate per fare quadrato e per fare attività di lobby, non sempre alla luce del sole.

“Soglia di carico” dovrebbe essere il punto di partenza della governance cittadina mentre il “contributo di accesso” (che sarebbe più corretto chiamare “biglietto di ingresso”) frettolosamente adottato in questi giorni è una cortina fumogena che non risolve nessuno dei problemi sul tavolo: l’apertura a getto continuo di nuovi alberghi sui due lati del ponte dimostra che la giunta in carica predica una cosa (ridurre i flussi) e fa il suo contrario. Stesso discorso per grandi navi e lancioni gran turismo, che il sindaco in carica non ha nessuna intenzione di limitare; idem con il raddoppio dell’aeroporto che porterà moltitudini di nuovi turisti pernottanti e quindi esenti dal “contributo di accesso”. Se veramente si volessero limitare gli accessi è da qui che si inizierebbe il percorso: “a monte” e non a valle del processo.

Anziché affrontare il problema alla radice o potare l’albero, si taglia qualche ramoscello a caso (quelli più deboli: gli ospiti dei residenti) per occultare il vero progetto politico, che è al servizio delle grandi catene alberghiere e delle compagnie di navigazione (piccole e grandi). Venezia non più città ma “museo a cielo aperto” con biglietto di ingresso, per l’appunto. E i residenti?

Sulle spalle dei residenti grava tutto il peso (ignoto a chi decide per noi vivendo altrove) e i molteplici impatti dei singoli fattori di “pressione” turistica. A titolo di esempio:

  • difficoltà di trovare casa (che non dipende dagli escursionisti ma dalla trasformazione della città in albergo diffuso);
  • difficoltà di trovare un lavoro che non sia legato alla monocultura turistica, con conseguente “brain drain” (esodo del segmento di popolazione più giovane ed istruita, costretta a cercare lavoro altrove);
  • trasporti pubblici al collasso (questo sì a causa degli escursionisti);
  • perdita di identità e trasformazione del tessuto commerciale con appiattimento e omologazione verso il basso dell’offerta, che si adatta alla domanda (fenomeno comune a tutte le località dove fanno scalo le navi da crociera e/o l’escursionismo di giornata);
  • perdita di “saperi” e di attività artigiane che nel caso di Venezia avevano raggiunto punte di eccellenza irripetibili. Una volta perse sono molto difficili da ricostruire.

Per far passare il “contributo di accesso” si è voluta spacciare come verità assoluta l’equazione “pernottanti” = turisti buoni, escursionisti = “turisti cattivi”. Visione semplicistica: se a Venezia non troviamo più case è forse colpa dei non pernottanti, unico “target” del contributo di accesso? Ogni fattore di pressione genera un impatto, il problema quando i fattori si moltiplicano è il loro effetto cumulativo.

Pernottanti ed escursionisti creano pressioni diverse con effetti cumulativi sulle comunità locali, compito della politica è anticiparle per trovare il giusto equilibrio. Anticiparle e non subirle o rincorrerle con pastrocchi improvvisati e slegati da ogni tentativo di pianificazione.

Come gruppo25aprile non ce l’abbiamo con i turisti (“they are not to blame if they want to see Venice”) ma con le scelte politiche che stanno trasformando noi e loro in vacca da mungere (“milk cow”), con il duplice risultato di peggiorare la qualità della vita per i residenti e la qualità dell’accoglienza turistica che storicamente era invece elevata, a Venezia – e il rischio di creare tensioni simili a quelle già viste a Barcellona, che hanno ispirato il titolo del film (“Tourist go home”).

Il risultato, che qualsiasi ristoratore o albergatore potrà confermare è la perdita del turismo di qualità a profitto di quello da attirare e magari spennare una sola volta (perché difficilmente ritornerà). Per alcuni operatori (pochi ma grandi, quelli che lavorano con i grandi numeri) questo può tradursi in maggiori guadagni: per la maggioranza significa invece “lavorare di più per guadaganare di meno”. Il recentissimo studio della Confartigianato, presentato all’Ateneo Veneto pochi giorni fa, è ricco di indicazioni al proposito.

Quello con l’iperturismo è un patto faustiano: dietro a parole come “valorizzazione” e “sviluppo” rischia di celarsi un baratto in cui le comunità locali vendono l’anima (delle città) e anche i polmoni (di chi ci vive) Per l’aldilà c’è ancora tempo, ma i polmoni presentano il conto molto prima.

Oslo 2 panel

Il dibattito successivo è stato particolarmente ricco di spunti e ha permesso di affrontare le varie opzioni astrattamente percorribili: dalla “congestion charge” (che a Londra esiste dal 2003) applicandola ai vettori più inquinanti come fattore di internalizzazione dei costi – e con reinvestimento del gettito nel miglioramento dei servizi di trasporto, come nel caso di Londra – a un sistema di prenotazioni obbligatorie come quello applicato nelle Galapagos, previa definizione della soglia di carico.

Nel corso del “panel” è stato evidenziato come la natura onerosa o gratuita delle prenotazioni sia secondaria dal punto di vista della gestione quantitativa dei flussi, mentre quella qualititativa richiede invece strumenti più sofisticati, che includono anche tecniche di marketing o demarketing, e non si riducono al solo biglietto di ingresso. Chi paga un biglietto di ingresso si aspetta qualcosa in cambio, e trasformare l’ospite in acquirente ha le sue controindicazioni comportamentali: un oligarca non ha problemi a pagare cifre anche elevate, ma dopo averle pagate si comporterà da “padrone” in casa altrui – e la buona educazione non è sempre proporzionale allo spessore del portafoglio.

Un grazie particolare al moderatore del dibattito: Stig Arild Pettersen, Editor at Store Norske Leksikon, and host of foreign policy podcast Du Verden!

Per le foto, grazie a: Giulia Brighenti!

 

 

 

 

 

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Un pensiero su “Iperturismo: il nostro intervento al Festival del cinema di Oslo

  1. Elena Menegazzi in ha detto:

    Come sempre eccellente intervento e ottima analisi, sintesi!

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