Gruppo 25 aprile

Piattaforma civica (e apartitica) per Venezia e la sua laguna

Sant’Andrea: la Storia

Il voto del Consiglio comunale, inizialmente previsto per il 25 gennaio, è stato saggiamente rinviato ad una prossima seduta. In attesa dell’incontro pubblico convocato per il 30 gennaio, ci regaliamo una tregua per inquadrare l’isola nel suo contesto storico, che bene illustra i motivi per cui questa non è un’isola come le altre e tanto meno “una delle tante isole” della Laguna, nella memoria collettiva dei veneziani.

Sant’Andrea, cenni storici

di Nicoletta Frosini

1526 Archivio di Stato

Premessa: le necessità difensive della comunità lagunare

Quando nel IX secolo, anche a causa delle frequenti incursioni dei pirati lungo il litorale veneziano, la Civitas Venetiarum fu trasferita da Metamauco (Malamocco) nella zona di Rivoalto (Rialto), le isolette che costituivano il nucleo di Venezia videro nei lidi della stessa laguna una loro prima cortina di difesa naturale.

L’accesso alla città, ostacolato dai canali tortuosi ma soprattutto dai bassi fondali, era protetto inoltre da una muraglia difensiva, eretta nell’897, che si estendeva da S. Pietro di Castello fino a S. Maria Zobenigo e che favorì l’unificazione urbanistica dei due centri cittadini : Rialto, sede del governo, e Castello d’Olìvolo (attuale Castello), sede del vescovado.

Le prime fortificazioni al Lido, alla Certosa e a S. Andrea

Era comunque necessario anche alle tre bocche di porto un controllo del principale accesso alla città, quello dal mare. Di qui l’esigenza di torri di avvistamento: di una, circolare, si ha traccia al Lido sicuramente già nella prima metà del 1300, come risulta dalla planimetria di Venezia di Fra Paolino del 1346 (fig.1), forse riconducibile addirittura al XII sec. Sempre a scopo di avvistamento e segnalazione anche alla Certosa nel 1313 fu costruita una torre di legno.

Fig. 1: particolare della planimetria di Venezia di Fra Paolino (1346):

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Castel Nuovo (Sant’Andrea) e Castel Vecchio (San Nicolò del Lido)

Fu in seguito alla guerra di Chioggia del 1379, quando a Venezia si era diffuso il timore di un’invasione dei Genovesi, che il Governo veneziano ritenne necessario potenziare la difesa delle bocche di porto, in particolar modo di quella del Lido, accesso diretto alla città. Alla fine del 1300 furono quindi rafforzate le difese con l’edificazione di un castello nella zona di S. Nicolò.

Successivamente, per delibera del Maggior Consiglio, nei primi anni del 1400 si avviò la costruzione di una fortezza “de petra” fondata sulle barene (“super palude”) di fronte a quella del Lido , “per la sicurezza del porto di S. Nicolò del Lido secondo la modalità che sembrerà migliore e più utile”. La località scelta era quella di S. Andrea, così chiamata dall’antica certosa esistente fin dal XII secolo.

La zona da allora fu denominata “ li do castelli “, dei quali il più antico, quello di S. Nicolò, era il Castel Vecchio, mentre il più recente, a S. Andrea, il Castel Nuovo, come appare evidente da un disegno del 1410 che riporta lo “Stato de’ Porti di Venezia e S. Erasmo“ (fig.2). Una catena tra le due fortezze proteggeva l’ingresso al porto di Venezia.

Fig. 2: Stato de’Porti di Venezia e S. Erasmo (1410)

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Le fortificazioni, data la loro posizione strategica, mantengono l’attenzione del Governo veneziano che ne potenzia gli interventi. Un disegno del 1526, (fig.3) conservato all’Archivio di Stato di Venezia, presenta un’accurata descrizione delle strutture difensive alla bocca di porto del Lido. In particolar modo il Castel Nuovo spicca per le torri merlate, le singole porte d’accesso al mare e, soprattutto, per la presenza del mastio. Ben evidente è anche il gonfalone di S. Marco sulla torre di destra.

Un “faro de piera” apre il canale d’accesso al porto, delimitato dalle linee delle brìcole.

Fig. 3: anno 1526, bocca di porto del Lido (Archivio di Stato)

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Agli inizi del Cinquecento risulta quindi evidente la preoccupazione della Serenissima per possibili minacce anche dal mare. Questo timore era d’altronde giustificato non solo dalla conflittualità con gli Stati italiani e le potenze straniere, quanto, soprattutto, dall’aumento dell’espansione turca che aveva strappato a Venezia possedimenti in Albania, nel Peloponneso, nello Ionio e nell’Egeo. Il sultano Bajezid II, figlio del conquistatore di Costantinopoli Maometto II, si sentiva perciò legittimato ad affermare che, se fino ad allora il doge aveva sposato il mare, ora quello stesso mare apparteneva a lui, il sultano che stava rendendo sempre più fragile e ridotto il dominio veneziano nell’Egeo.

Nonostante la tregua stipulata con l’impero turco nel 1503 per poter mantenere aperti i traffici commerciali, restava in Venezia alta e giustificata l’apprensione di essere assaliti dal mare sia da una flotta “di legni leggeri” che avrebbero potuto entrare nella città, sia da un’ armata più consistente. Si riteneva pertanto necessario fortificare ulteriormente i Lidi, in particolar modo la zona di S. Nicolò, la più esposta a quel tempo, e i castelli di difesa al porto, anche in considerazione dell’evoluzione dell’artiglieria, campo nel quale la Serenissima si distingueva per l’eccellenza della sua produzione.

Lo straordinario progetto di Michele Sanmicheli

Nel dicembre del 1534 il Consiglio dei Dieci decise quindi, con deliberazione segreta, di affidare all’architetto ed ingegnere militare veronese Michele Sanmicheli uno studio per il rinnovamento del sistema difensivo del porto che ne considerasse le accresciute esigenze, le nuove tecnologie militari e la particolare conformazione del luogo.

Michele Sanmicheli, distintosi già come ingegnere militare presso il papa Clemente VII, dal 1527 era al servizio della Serenissima con la mansione di architetto militare in terraferma e specialmente a Verona, dove nel 1530 era stato ufficialmente nominato Soprintendente alle fabbriche belliche.

Dall’incarico, rigorosamente segreto, dello studio di un nuovo progetto di difesa al porto di Venezia alla sua effettiva realizzazione passarono diversi anni.

Il Sanmicheli analizzò dettagliatamente ogni singolo aspetto della questione, in particolar modo le problematiche idrogeologiche del luogo e le sue potenzialità difensive. Propose quindi l’edificazione di due nuove fortezze, una per ciascun lato della bocca di porto del Lido, con impianti di artiglieria tali da garantire la possibilità di tiro incrociato. La proposta, che piacque al Consiglio dei Dieci e ai Savi alle Acque, non fu però immediatamente concretizzata, per l’opposizione di chi chiedeva venissero consultati altri esperti. La costruzione di un nuovo forte sul sito del preesistente Castel Nuovo comincia effettivamente solo nel 1543, al ritorno di Sanmicheli da Zara, dove egli era stato inviato dallo stesso Senato della Repubblica per occuparsi delle fortificazioni dei domini orientali.

Nel settembre del 1543, infatti, verrà finalmente approvato il progetto di Sanmicheli con i suggerimenti del colonnello Antonio di Castello di raddoppiare le postazioni di artiglieria perché fosse possibile “battere la bocca del porto e drento in mare e al traverso del Lio per il canale che viene a Venetia e defenderà gran parte del Lio e tutto secondo il disegno di M.Michiele”.(1)

(1) Archivio di Stato di Venezia, Consiglio dei Dieci, Delibr. Secr. lib.IV, f.101, in P. Marchesi, Il forte di S. Andrea a Venezia

Il problema più serio da affrontare era quello delle fondamenta del futuro edificio, che sorgeva in zona paludosa,”fasciata d’ogni intorno dal mare e bersagliata da flussi e riflussi”, come disse il Vasari . L’ostacolo fu superato con una soluzione sulla cui straordinarietà concordano studiosi di epoche diverse, dal Vasari, coevo al Sanmicheli, al Diedo, nel 1840, all’ingegner Miozzi con i suoi studi approfonditi sul Forte realizzati negli anni ’60 del Novecento. Tutto il perimetro del’area fu recintato con una doppia, robusta palizzata di quercia a costituire una cassa che fu scavata fino al caranto e poi riempita di fanghi per essere impermeabilizzata. Il Sanmicheli procedette in seguito al consolidamento dell’area con palificazioni ravvicinate, sopra le quali pose strati di grossi blocchi di pietra d’Istria, riempiendo i vani con calce e pozzolana. In questo modo arrivò ad assestare le fondamenta fino al limite dell’alta marea.

La fortificazione, denominata di S. Andrea dall’omonima vicina certosa, fu completata nel 1549 e, unendo in uno stretto connubio innovazione e funzionalità difensiva con bellezza architettonica e armonioso inserimento nel paesaggio, apparve subito un capolavoro dell’architettura militare.

Come si può notare dalla planimetria originaria (fig. 4) il bastione centrale ricurvo, sopra il quale si leva il mastio primitivo, presenta al mare il suo maestoso portale a tre archi, la cui eleganza architettonica non nasconde tuttavia il carattere difensivo, evidente negli archi laterali che si aprono solo alla base per lasciar spazio ai pezzi d’artiglieria. In questo modo, sviluppandosi orizzontalmente con un impianto originale e innovativo, la fortezza corrisponde nelle sue linee alla distesa lagunare, assecondando la morfologia del luogo.

Fig. 4, planimetria del forte di S. Andrea, dalla guida del forte di S. Andrea del Col. A. Capolongo, in P. Frosini – N. Neri:

CF4Quarantadue erano le cannoniere che il forte schierava lungo le sue cortine laterali e il bastione centrale, incorniciate da un arco in pietra d’Istria con sovrastante mascherone e poste a pelo d’acqua in modo da colpire con fuoco incrociato le navi che intendevano violare l’ingresso al porto. Come osservava il Temanza nel 1778 nella sua opera “Vite dei più celebri architetti e scultori veneziani che fioriscono nel secolo decimosesto” : “Le artiglierie sulla destra di questo castello battono la Fuosa (la foce), ò sia l’ingresso dalla parete del mare, per modo che entrando in porto una flotta nemica, le sue navi sarebbero sempre colpite di fronte, senza che neppure un tiro andasse fallito”.

Sul mastio, a cui era affidata anche l’originaria funzione di avvistamento, guardia e comunicazione, sugli ampi spalti superiori e sopra l’ingresso era posta un’altra linea di artiglieria a lunga gittata, evidente in un’incisione del Tironi del XVIII secolo (fig.5).

Permetteva il trasporto delle artiglierie una galleria interna, o casamatta, dietro la quale è visibile la linea delle riservette o ricetti “che servono di sicuro ricovero alle milizie, e danno comando all’allestimento di tutto ciò che può occorrere per maneggio delle artiglierie. Tutto è a volta reale di cotto co’ spiragli e sfogate aperture sotto il terrapieno per l’uscita del fumo. Gli spalti, i terrapieni, le piazze ed i quartieri sono di tale ampiezza che castello più comodo e più terribile di questo non si può mai dare.” Con queste parole di lode il Temanza completa la sua descrizione del forte.

L’ammirazione immediata che il forte suscitò fu accompagnata dall’invidia dei maligni che, come racconta il Vasari, insinuarono che il forte, anche se bellissimo, sarebbe stato inutile, addirittura dannoso, perché se tutte le artiglierie avessero sparato contemporaneamente, l’edificio sarebbe crollato causando grande devastazione. Il Senato, allora, fece collocare nel forte “grandissima quantità di artiglieria e delle più smisurate che fossero nell’Arsenale, ed empiute tutte le cannoniere di sopra e di sotto e caricatele anche più che l’ordinario” le fece scaricare in simultanea con un fragore e terremoto tali che sembrava “fosse rovinato il mondo”. La fortezza ovviamente rimase in piedi, i maligni furono “scornati” e le giovani veneziane incinte che per precauzione si erano allontanate dalla città su suggerimento dei medici vennero fatte rientrare. Dell’ingegno del Sanmicheli e della solidità del suo fabbricato era stata data la più eclatante dimostrazione.

Fig. 5, Tironi, Il Forte di S. Andrea (fototeca Museo Correr):

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I lunghi secoli di inattività, la difesa finale e gli interventi successivi (1797-

Per molti secoli il Forte di S. Andrea non ebbe bisogno di diventare operativo anche se, poco più di vent’anni dopo la sua costruzione, il suo sistema difensivo fu rafforzato al riacutizzarsi dei conflitti con l’Impero turco che sfociarono nella battaglia di Lepanto del 1571. In quell’occasione fu eretto un terrapieno con i materiali di scavo del fosso retrostante il forte e fu costruito il rivellino.

Successivamente, a circa un secolo dalla sua edificazione, necessitò progressivamente di alcuni interventi di sistemazione interna che il Governo di Venezia portò a compimento in epoche diverse; un’ iscrizione lapidea sul mastio attesta restauri avvenuti nel 1743.

Si era ormai verso la conclusione della storia della Repubblica di Venezia. Il forte di S. Andrea si scosse dopo lunghi secoli di inattività, il 20 aprile 1797 quando al crepuscolo un vascello francese dal paradossale nome “Le Liberateur d’Italie” al comando del capitano Jean Laugier entrò nel porto di S. Nicolò con due navigli minori, nonostante l’ordine di fermarsi dato da Domenico Pizzamano, Deputato al Castello di Sant’Andrea, Lido porto e canali adiacenti. Nello scontro a fuoco successivo il comandante francese trovò la morte e i marinai veneziani della galera “Annetta bella” riuscirono ad impadronirsi del vascello francese.

Il forte aveva svolto bene la sua funzione di difesa dell”ingresso principale a Venezia, quello dal mare. Inutilmente, perché, com’è noto, il 12 maggio dello stesso anno il Maggior Consiglio, incapace di opporsi alle pressioni francesi, dichiarò cessato il vecchio regime passando i poteri ad una nuova municipalità di brevissima durata.

Con l’ingresso in città degli Austriaci nel gennaio del 1798 a seguito del trattato di Campoformio, il forte di S. Andrea accompagnò Venezia nei suoi repentini passaggi dall’Austria, in un breve iniziale periodo, alla Francia nel 1806 quando Venezia fu aggregata al Regno d’Italia e infine nuovamente agli Austriaci nel 1815 dopo il Congresso di Vienna.

Sia il governo francese che quello austriaco erano consci dell’importanza del porto del Lido e del Forte di S. Andrea, ammirandone la natura difensiva e le qualità architettoniche. I Francesi, nonostante il dichiarato apprezzamento per la bellezza del fabbricato, constatato lo stato di degrado delle strutture ed i costi che comportava ripararle si volsero al porto di Malamocco.

I lavori alla diga di Malamocco proseguirono con gli Austriaci che rivalutarono però anche il Forte di S. Andrea nelle sua capacità di difesa al porto di Venezia, guardando allo stesso tempo con preoccupazione allo stato di abbandono e soprattutto all’ erosione causata dalle correnti, che accresceva i suoi effetti proporzionalmente all’aumento della stazza delle navi e dei flussi di transito.

Il passaggio del Forte alla Regia Marina Italiana dopo l’annessione di Venezia all’Italia, nel 1866, vide una serie di interventi anche di ammodernamento: la costruzione di una polveriera, di nuovi locali per la guarnigione, di una ferrovia interna per facilitare il trasporto del materiale. Nel 1886 dietro al forte fu creato un siluripedio, vasca per il collaudo dei siluri, poi trasformato in idroscalo e utilizzato a partire dagli anni ’70 del Novecento come ricovero per i mezzi anfibi del Reggimento Lagunari.

Il vecchio edificio cinquecentesco dimostrava ancora la sua funzionalità militare che non riuscì però a preservarlo da un inarrestabile degrado dovuto all’incuria e soprattutto ai colpi delle correnti di flusso contro l’angolo nord-est del Forte; l’erosione, segnalata a più riprese inutilmente fin dagli inizi del 1900, porterà nel giugno del 1950 al crollo di 40 metri del bastione di nord-est . I lavori di restauro e di consolidamento saranno attesi per anni, sollecitati anche da comitati e dai cittadini per il profondo valore che il Forte ha sempre rappresentato per la città.

Realizzati negli anni novanta, i lavori di restauro e consolidamento hanno dato al forte la sua conformazione attuale. Il passaggio lungamente atteso del Forte dal Demanio al Comune e le speranze dei veneziani in una riqualificazione che ne garantisca una fruibilità attenta alla valenza storica, artistica e architettonica dello straordinario complesso sono invece storia di questi giorni.

1

Conclusione

Il forte di S. Andrea, soprattutto così come lo volle il Sanmicheli, si può realmente definire luogo emblema della stessa Venezia nella sua attenzione al mare, nella capacità di incontrare la laguna adattandola alle proprie esigenze in modo armonioso e non devastante, nel saper unire efficacia ed utilità a bellezza e rispetto dell’armonia dei luoghi.

Può infine, con la sua storia, svolgere simbolicamente forse ancora un’ultima funzione difensiva, non più contro ormai improbabili invasioni militari dal mare, ma contro i veri nemici della Venezia di oggi: il degrado e, soprattutto, quello sfruttamento inconsulto e quella speculazione miope che sacrifica ogni prospettiva al profitto di breve periodo.

Bibliografia: P. Frosini – N. Neri, Gli edifici militari veneziani, 1985, Istituto Italiano dei Castelli, Sezione Veneto; P. Marchesi, Il forte di S. Andrea a Venezia, Stamperia di Venezia Editrice, 1978; E. Miozzi, Venezia nei secoli, 1968, Ed. Libeccio; A. Carile- G.Fedalto, Le origini di Venezia, 1978, Pàtron Editore; M. Brusegan “Storia insolita di Venezia” Newton Compton editori, 2003; A. Zorzi, La Repubblica del Leone, 1979, Rusconi.

Immagini da: Gli edifici militari veneziani, di P. Frosini – N. Neri, Istituto Italiano dei Castelli, Sezione Veneto.

 

 

 

 

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3 pensieri su “Sant’Andrea: la Storia

  1. Complimenti per la articolo. Il forte di sant’Andrea fu il frutto di un complesso dibattito militare e politico durante il quale ebbe un ruolo centrale anche Francesco Maria della Rovere, allora capitano generale. La forma aperta di questa fortezza, davvero inconsueta e straordinaria per l’epoca, è dovuta al timore della Repubblica di erigere un luogo che poteva essere preso da chi, nella città, aveva intenzione di instaurare una tirannia. Dunque, una fortezza contro il Turco, ma anche contro un potenziale despota veneziano.
    Antonio Manno

  2. René in ha detto:

    Ho caminào la sèca
    tuta la Pescarìa
    ho dà la pope indrìo
    ai do castèi

    Ho visto l’Orto dei Abrei
    co’ tute le vignolle
    da le vignolle indrìo
    me so’ reduto

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