Gruppo 25 aprile

Piattaforma civica (e apartitica) per Venezia e la sua laguna

Il ParaDosso del PD, e l’incognita della società civile

Vox populi a Tessera (VE), 26 gennaio 2015. Pubblicare la foto di questa scritta non significa condividerne i contenuti, ma semplicemente esercitare il diritto di cronaca per porsi una domanda, in vista delle elezioni: se il PD locale viene percepito in questo modo da una parte della popolazione, con una forzatura dialettica che comunque esprime la rabbia incosciente di chi ha vergato queste parole in un’area ben sorvegliata dalla telecamere (quella dell’aeroporto), cosa c’è che non torna, nell’immagine di un Partito che si definisce Democratico e quindi per essenza antitetico rispetto all’epiteto della scritta?

20150126_104820Il PD governa il Comune di  Venezia, direttamente o per interposta persona, dal 1993. Non proveremo qui a fare un bilancio di questi 22 anni di governo, ma ci limiteremo a dire che in questo periodo non c’è stata nomina o promozione, ai vertici della macchina comunale e delle numerose partecipate (le ex “municipalizzate”) su cui questo partito non abbia avuto un “diritto di riguardo” – per usare un gentile eufemismo – a volte trattando le nomine con gli altri partiti della coalizione (e a volte anche con l’opposizione, con il premio di consolazione rappresentato da qualche impiego ben retribuito al Casinò), a volte con un Sindaco “esterno” al partito ma pur sempre “dipendente” dai voti del PD in Consiglio comunale.

Nel bene e nel male, di quanto fatto e di quanto non fatto a Venezia negli ultimi 22 anni il partito porta una certa responsabilità e della situazione di bilancio che lascerà in eredità al prossimo Sindaco porta una responsabilità schiacciante, comunque si voglia esaminare la questione: se il bilancio disastrato è colpa del patto di stabilità con il Governo centrale, perché quel governo “sordo” è comunque targato PD e si fregia di due sottosegretari veneziani all’economia; se invece è il risultato di scelte sbagliate o clientelari a livello locale, in quelle scelte il PD ha avuto un ruolo preponderante.

Come uscirne, garantendo il necessario rinnovamento? Fino a poche settimane fa, le “primarie” più volte rinviate (e già questo dovrebbe fare riflettere) vedevano in campo 6 contendenti potenziali, fra cui un candidato esterno al partito e due che (pur essendo iscritti al partito) si presentavano all’insegna della “discontinuità” con l’amministrazione uscente (quella commissariata a seguito dello scandalo del MoSe). Una candidatura renziana (di un renziano della primissima ora) e una candidatura all’insegna della legalità: quella del Senatore Felice Casson che aveva (invano) chiesto elezioni anticipate per evitare alla città l’agonia di un commissariamento lungo un anno, in cui i “poteri forti” non avrebbero (e non hanno) trovato nessun contrappeso politico e avrebbero (hanno) approfittato della situazione per “spingere” alcuni costosi progetti a loro cari, come ad esempio lo scavo del Contorta. In queste primarie, che si dicono “aperte”, partecipa anche un candidato della società civile: Giovanni Pelizzato, proprietario della libreria più antica di Venezia (la Toletta) e neo-eletto Presidente regionale della ALI (Associazione Librai Italiani).

Tre candidature nel segno della (necessaria) rottura con il passato: un passato dominato dai finanziamenti di un’oligarchia di imprese e faccendieri che, mentre il Consiglio comunale dibatteva delle cose più disparate, si occupavano delle cose “serie”: quelle che gonfiano il portafoglio (il loro e accessoriamente, come abbiamo appreso, quello di alcuni politici e funzionari conniventi o compiacenti) grazie ai finanziamenti dell’ignaro contribuente italiano e a strani meccanismi denominati “aggio”, “concessionario unico” et similia. Mentre i pochi si arricchivano, Venezia perdeva altri 4.000 residenti (dal 2010 a oggi) e per la prima volta cominciava a perdere abitanti anche Mestre, con la crisi del commercio di vicinato (sacrificato sull’altare dei grandi centri commerciali) e altri effetti collaterali su cui ritorneremo, nelle prossime settimane.

In questi lunghi mesi, la società civile si è trovata a svolgere un ruolo di “supplenza” inaspettata e ha saputo sorprendere la classe politica a più riprese: opponendosi ad alcune alienazioni immobiliari (l’isola di Poveglia, villa Heriot) e creando una mobilitazione senza precedenti quando, in reazione al “blitz” agostano dell’Autorità portuale, ha creato in brevissimo tempo un movimento di opinione inedito e trasversale per difendere la Laguna di Venezia dall’ennesimo scempio.

Tradizionalmente, a Venezia, la società civile dimostra una grande capacità di mobilitazione sulle singole battaglie ma alla fine dei conti, quando si tratta di votare, preferisce “delegare” la politica ai partiti, fingendo di non sapere che ogni problema nasce da un contesto e quel contesto lo determina la politica: con gli strumenti di pianificazione territoriale, le scelte di bilancio e quelle edilizie, con le nomine negli enti che contano e nella macchina comunale che gestisce gli aspetti pratici del vivere quotidiano. Stavolta poteva/potrebbe essere diverso, perché quel meccanismo di delega in bianco si è inceppato.

Cos’è che non piaceva ad alcuni, in questo scenario? Non erano abbastanza ligi a certi interessi, i tre candidati di cui sopra? Sta di fatto che l’apparato del PD si è affannosamente messo alla ricerca dell’ennesimo candidato esterno ma politico (come lo erano stati Paolo Costa e Giorgio Orsoni) da presentare come candidato “di sintesi” (fra chi e cosa? o fra chi e chi?) artificialmente individuato nella figura del segretario generale di una fondazione principalmente nota per l’organizzazione di un “festival della politica” a Mestre. Che il tentativo sia riuscito, in apparenza almeno, lo dimostra l’impressionante sfilza di correnti che si sono prontamente schierate con il candidato di sintesi (errata corrige: le correnti nel PD non esistono, come non esistono le nomine pilotate e gli appalti teleguidati – ci scusiamo quindi per questo involontario refuso). Fossimo al posto del candidato esterno (quello vero: Giovanni Pelizzato, uomo libero e di grande cultura) ci chiederemmo, a questo punto, se i giochi non siano già fatti e decisi a tavolino, e se sia il caso di prestarsi a fare da “foglia di fico” per permettere al Partito di affermare che le primarie erano “aperte” alla società civile (opportunamente confinata in un angolo e messa in condizione di non nuocere ai manovratori, ovviamente).

Comunque vada a finire, la prima uscita pubblica del “candidato di sintesi” ha raggiunto vette ineguagliabili di ironia involontaria: all’ingresso, un grande pannello con la scritta “Nicola Pellicani Sindaco. Cambiamo insieme”; all’interno, i protagonisti del “cambiamento”: una mezza dozzina di assessori comunali uscenti e tutta la nomenklatura del PD locale. Fra le dichiarazioni virgolettate riprese dalla stampa locale (Nuova Venezia del 25 gennaio), questa perla di bravura: “Ho implementato il programma del PD che condivido” (implementato, strano anglicismo che in lingua inglese corrisponde a “ho attuato, realizzato”). Segno di bravura (programma di 80 pagine, già realizzato prima ancora di insediarsi) o atto di sottomissione del candidato “esterno”? A qualche chilometro di distanza (Lido di Venezia) parlava il Senatore Casson, che al PD è formalmente iscritto; molti cittadini e rappresentanti dei comitati spontanei che hanno difeso il territorio in questi mesi, assente la nomenklatura che era invece schierata ad ascoltare l’esterno “designato” (il terzo, dopo Paolo Costa e Giorgio Orsoni). Sono i paradossi del PD locale: il partito ParaDossale.

Nulla di nuovo sotto il sole, ma con una grande e inedita incognita: la società civile stavolta cosa farà? Se ne starà seduta sugli spalti a sgolarsi, dividersi in opposte tifoserie per poi ritrovarsi unanime a brontolare 6 mesi dopo, come da tradizione, o deciderà finalmente di mettersi in gioco, nella consapevolezza che le circostanze stavolta sono diverse e irripetibili? Se rinnovamento deve essere, lo delegherà al partito che da 22 anni ininterrotti governa la città o si farà carico della sua parte di responsabilità? Da questa incognita dipenderà, in larga misura, l’esito di queste elezioni.. che scontato non è, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere.

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4 pensieri su “Il ParaDosso del PD, e l’incognita della società civile

  1. Mi perdoni la licenza poetica ma la mia impressione è che la società civile si sia in gran parte rotta le palle.

  2. Lorenzo D. in ha detto:

    Cosa farà la società civile veneziana? Molto poco o nulla può fare allo stato attuale. Molto invece, penso può e dovrà per forza iniziare a fare nei prossimi anni, pena il rischio di una sua estinzione.

    Le diverse componenti della società civile veneziana dovrebbero seriamente iniziare a “venirsi incontro” per ragionare assieme e provare ad individuare una “sintesi” di valori ed obiettivi attorno.

    La società veneziana dovrà giocoforza venire allo scoperto ed iniziare a compattarsi. Dovrà riuscire a mettere da parte “appartenenze” politiche, invidie e personalismi in modo da auto-selezionare le sue componenti più volenterose e capaci affinché “producano” per essa. Penso ad un gruppo di studio/lavoro permanente, legittimato dalla cittadinanza, in grado di fare lobby, portare i problemi, e le soluzioni dei problemi, di Venezia e della sua civiltà anfibia, all’attenzione del mondo intero, in modo efficace e nelle forme adeguate.

    La società civile veneziana dovrebbe prendersi il tempo necessario per chiarirsi le idee, farsi aiutare cercando di coinvolgere chi di dovere dall’esterno, se vuole riuscire a convergere in modo trasparente su un sistema di valori ed obiettivi condivisi, smarcandosi nettamente per stile e modo di agire dalla tendenza all’attivismo frenetico dei tempi attuali e dal menage politico tradizionale a cui si è abituati in questo paese.

    La società civile veneziana se vuole provare a fare ciò avrà bisogno di molti anni, sangue freddo, tantissima passione, impegno e dedizione per provare a tradurre nuovi obiettivi di cittadinanza attiva in programmi elaborati e progetti strutturati di lungo periodo, sempre in forma partecipata, trasparente e il più possibile condivisa. Programmi e progetti che dovranno essere ambiziosi e necessariamente in grado di “rompere” del tutto con la cultura e il pensiero dominante che questo disgraziatissimo Novecento ha copiosamente prodotto sulla città di Venezia, sulla laguna e sulla sua civiltà anfibia. Obiettivi e programmi che siano degni di Venezia, in continuità con quanto di eccezionale ha espresso la sua civiltà millenaria. Obiettivi che facciano volare alto e lontano, che sappiano risvegliare le coscienze ed entusiasmare veneziani e non.

    E sarà fondamentale proprio quest’ultimo punto: la capacità di coinvolgimento di “non veneziani”, perché la società civile veneziana, DA SOLA, ovviamente non è e non sarà mai all’altezza di dare un concreto progetto di rilancio per la propria città. Però ha l’obbligo di provarci; anzi, essa è LA SOLA in grado di poter dare una speranza di inizio a questo lungo processo di cambiamento.

  3. Grazie Lorenzo; d’accordo con te quasi su tutto. il “quasi” è riferito alla tempistica: se aspettiamo altri 5 anni, Venezia sarà scesa sotto la soglia dei 50.000 abitanti di cui 20.000 ultrasettantenni. Quello che serve è un’inversione di rotta immediata, prima di scendere sotto quella soglia critica. L’alternativa dei “molti anni” che tu proponi equivale a dire che per quel dì ne riparleremo da soli, fra pochi intimi, o fra vecchi nostalgici esiliati in terraferma, accuditi da una badante nella villetta a schiera di terraferma.

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