Gruppo 25 aprile

Piattaforma civica (e apartitica) per Venezia e la sua laguna

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#Referendum primo dicembre: lettera agli amici di Mestre

Lettera aperta agli amici di Mestre e di Favaro, di Chirignago e Zelarino, di Campalto e Tessera.

Sono nato a Venezia 64 anni fa, mio padre gondoliere mio nonno gondoliere, i gondolieri di una volta quando per alcuni traghetti il maggior reddito veniva dal servizio di parada e con il turismo si lavorava poco. Con la gondola si portavano i clienti negli hotel e ancora si andava a Murano solcando le placide acque lagunari. Sono cresciuto passando molti dei miei giorni estivi in barca con mio padre seduto sul trasto di poppa guardando curioso i palazzi veneziani che a quel tempo mi sembravano enormi.

Quella Venezia era una meraviglia, un sogno calato dal cielo, una costruzione quasi utopistica che galleggiava sull’acqua e che dall’acqua traeva i ritmi lenti pacifici naturali; poco traffico a motore e tante barche a remi, tanti traghetti per attraversare “el canaeasso” dove ogni 10′ passava il vaporetto della inea 1; la gente era felice, tanta gente tanti negozi di vicinato in tanti microcosmi autosufficienti ognuno con la propria identità che componevano una città dove tanti bambini nei campi e nelle calli giocavano giocavamo spensierati e dove l’acqua alta autunnale, stagione senza turismo con una città quasi completamente deserta e chiusa, era l’occasione per divertirsi fuori da scuola, ci si accontentava con poco avevamo poco, ma eravamo felici e soprattutto sani.

Poi sulla spinta della modernizzazione poco a poco le cose cambiarono, un cambiamento accolto da tutti senza dubbi, trasportato sulle ali di carosello e dei bellissimi programmi televisivi. i mobili di formica riempirono le nostre case con gli oggetti di largo consumo fatti di Moplen materiale plastico ancora prodotto. Almeno lo avessero chiamato con il suo vero nome “polipropilene isotattico”, forse qualche dubbio a qualcuno sarebbe venuto, ma con moplen no un nome così semplice e carino doveva essere per forza una cosa bella. Così giorno dopo giorno ci siamo costruiti la gabbia dove imprigionarci il corpo e soprattutto la mente, dove la felicità aveva perso la sua spontaneità per identificarsi con il nuovo idolo il denaro – e in nome e per conto di questo idolo Venezia ha cominciato a mutare diventando anno dopo anno una sorta di monopoli planetaria per affaristi senza scrupoli senza patria senza storia e senza anima.

Mentre le classi sociali più deboli, gli ultimi, venivano spediti in terraferma in alloggi dormitorio simili ad alveari, in città questa mutazione veniva accettata da una larga parte della componente cittadina che ne traeva e ne trae profitto a scapito dell’altra parte quella che subisce. In nome del liberismo economico si è accettato uno “sviluppo” totalmente subordinato allo sfruttamento turistico che è diventata la principale unica e facile fonte di reddito di Venezia; piano piano gli squali dell’economia hanno tirato su la loro rete e improvvisamente ci siamo svegliati in un’altra Venezia, una città caotica dove lo stress da vita moderna imperversa. Masse di turisti ogni anno sempre più numerose e invasive si sono impossessate di ogni spazio vitale riducendo i residenti quasi a delle comparse di uno spettacolo decadente. I facili guadagni dati dal turismo hanno attratto imprenditori da ogni angolo del pianeta, stranieri stanziali che si sono sommati agli stranieri visitatori in un corto circuito economico dove una grossa fetta dell’economia esce ed entra sempre nelle stesse tasche lasciando a Venezia le briciole per una classe cittadina ormai inconsapevolmente o consapevolmente subalterna a giochi di potere gestiti altrove.

Il liberismo economico che ha scatenato una guerra economica dove c’è un solo vero sconfitto: Venezia. Venezia sferzata dal moto ondoso, consumata da milioni di piedi e mani, avvelenata dai gas di scarico, dove una volta si veniva per ammirarla e ora si viene per violarla in mille modi dai tuffi nei canali alle pisciate nelle calli, dai negozi di inutili cianfrusaglie alle locazioni turistiche di impossibili tuguri, una città tra le più inquinate d’Italia dove sono inquinati i fondali lagunari, inquinati i canali dove ancora sversano centinaia di condotti fognari, inquinati i terreni della gronda lagunare della zona industriale, inquinati i fiumi che del bacino scolante, inquinata l’aria dalle centinaia di transiti giornalieri di inquinatissimi motori diesel e dalle GrandiNavi, dove il traffico motorizzato imperversa quotidianamente, ma si impedisce la libera circolazione alle barchette tipiche e alle manifestazioni di protesta delle remiere.

Venezia trasformata da città ideale a gomorra del nuovo millennio; una città irriconoscibile dove oggi si vive meno felicemente e dove ci si ammala di inquinamento. Da molto tempo vivo in terraferma, ma mi ritrovo spesso a guardare vecchie foto familiari che ritraggono la Venezia del passato dove sicuramente la vita era più difficile, ma le persone erano sorridenti disponibili e si camminava con passo tranquillo; il pensiero va automaticamente al confronto con l’oggi e a pensare cosa sia accaduto, perchè oggi i veneziani non sorridono più sono poco accoglienti e camminano per la loro città con un andamento nevrotico cercando quasi una via di fuga tra centinia di ostacoli ostili. Dove e quando ci siamo persi? di chi sono le responsabilità?

Sicuramente da un certo momento in poi la politica locale ha smesso di occuparsi del bene comune, dei cittadini e alle piccole cose che determinano il vivere quotidiano di una città perdendo quel feeling che lega gli elettori agli eletti, si sono sposate a man bassa tutte quelle pratiche economiche legate a progetti di rilevanza economica e internazionale decisioni spesso fatte sulla testa dei cittadini, sulla pelle dei cittadini dove i benefici per pochi sono stati pagati da molti, pagati sotto forma di disastri ambientali, di distruzione del sociale e di riduzione drastica della residenzialità che a Venezia assume da tempo quasi le sembianze di una pulizia etnica vista la progressiva distruzione di una civiltà acquea millenaria, vivere in terraferma non è la stessa cosa.

Ora mi accorgo che da qualche tempo questa “peste” sta contaminando anche le aree della terraferma dove ovunque sorgono B&B e locazioni turistiche e dove è diventato diffcile trovare un appartamento in affitto. anche a Mestre chiudono i negozi e si iniziano a registrare quelle difficoltà nell’utilizzo dei servizi urbani di linea tipiche di Venezia causate da una eccessiva presenza turistica. La terraferma rischia di diventare un non luogo che serve solo allo sfruttamento turistico con la costruzione di enormi alberghi dormitorio che sono un trampolino di lancio per scaricare ancora migliaia di visitatori in una città già allo stremo. Mestre una città che si è sviluppata tra l’inquinamento di Porto Marghera a ovest e quello dell’aeroporto a est circondata da un passante autostradale dove forse transita il maggior flusso di traffico pesante d’Italia e forse d’Europa, un territorio dove le malattie oncologiche sono in forte espansione.

Oggi le mie due anime, quella insulare e quella di terraferma si sono messe d’accordo. Della politica e dei suoi bei discorsi non mi fido più, per troppo tempo ho atteso che le promesse diventassero realtà, anche l’autonomia dei due comuni non mi dà certezze, ma almeno mi dà speranze.

Certo è però che, in ogni caso, se i cittadini non si riappropriano del loro futuro per le comunità veneziana e mestrina non vedo un futuro roseo: abbiamo davanti le sfide portate dai cambiamenti climatici che per troppo tempo abbiamo sottovalutato e ora la natura ce lo ricorda a colpi di disastri che non guardano in faccia nessuno. Mestre deve ritrovare il suo spirito di città, e la mia Venezia non tornerà più però potremmo tornare a qualcosa di simile; qualcosa che ridia la voglia di vivere e restare ai giovani, che ridia il buon umore agli adulti, qualcosa che salvaguardi la salute di tutti.

Buona votazione qualsiasi sia la vostra scelta perchè dal 2 dicembre autonomisti e unionisti dovranno ritrovarsi per gestire al meglio la situazione che ci sarà per dare comunque una svolta positiva alla politica locale”.

Dario Vianello

nato a Venezia,

residente a Favaro Veneto

#Referendum primo dicembre: lettera ai margherini

Lettera agli amici di Marghera

Ciao, ho 60 anni e vivo a Venezia, dove sono nato. Da 15 anni lavoro a Mestre. E amo Marghera. Non lo so perché la amo. È nel DNA. 

Mio padre mi parlava spesso di Marghera. Mio nonno ci lavorava come falegname dopo che mia nonna lo aveva iscritto al Partito Fascista

Prima non poteva lavorare e lei non sapeva come sfamare i loro 7 figli. Da quel giorno lui non le parlò più fino alla morte.

Mi veniva descritto come “l’esilio”. Qualche domenica mi ci portava a passeggiare in mezzo al verde. Con la mozzarella finale in piazza Mercato.

Lui diceva cheMarghera è il settimo sestiere”, “di certo è più Venezia del Lido”. Pensa se lo avessero fatto! Il 7mo Sestiere.

Mio nonno e mio padre erano socialisti. Mio padre fino all’arrivo di Craxi. Io Comunista. Comunista di Berlinguer. 

E amavo il sindacato di Di Vittorio e di Lama. E questo con tutti gli errori commessi, ma ho sempre pensato che il PCI e la DC hanno creato una coesione sociale forte in questo paese. Si aveva riguardo e rispetto per gliultimi”. E li si aiutava.

Possiamo affermare senza paura di sbagliare che sia a Venezia, sia a Marghera che a Mestre, 30 anni fa si viveva meglio. E questo a prescindere dalla nostra condizione economica individuale.

Esisteva la coesione sociale. La cultura era in ogni luogo. Teatri amatoriali; ragazzi che avevano piccoli complessi; cinema diffusi. E avevamo i negozi sotto casa.

Se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere che per 30 anni abbiamo avuto una classe politica incompetente. Che ha governato senza un progetto, senza idee, ma, soprattutto senza ascoltare i bisogni della popolazione. Riducendo sempre più l’aiuto sociale e disgregando la comunità

Son convinto che Marghera abbia avuto delle parentesi felici con amministratori locali che erano superiori alla media.

Adesso hanno chiamato uno di Mogliano per celebrare il funerale. Non solo di Venezia. Ma anche di Marghera e Mestre.

 Adesso abbiamo di nuovo il referendum. 

Io ho sempre votato no. Questa volta voto sì.

Voto perché voglio avere ancora una speranza

Stefano, nato a Venezia lavora a Mestre e ama Marghera

 

#Referendum primo dicembre: lettera ai veneziani

Lettera ai veneziani, ai muranesi, ai buranelli e a tutti i residenti della Venezia insulare

Fino a poco tempo fa abitare a Venezia era forse scomodo, ma meraviglioso: una città a misura d’uomo, senza traffico, poco inquinamento e un’incredibile sicurezza sociale, anche la notte, perché tutti si conoscevano e vi era un capillare controllo di vicinato. Una città in cui i bambini giocavano in strada e gli adulti, incontrandosi, facevano a gara nell’offrirsi un caffè o uno spritz.
C’era chi fino a poco tempo fa definiva un privilegio poter abitare a Venezia.

Oggi però quella Venezia, che tanti anni fa ho scelto per me e i miei figli, è quasi irriconoscibile, sta scomparendo soffocata dal turismo che, oltre a invadere le calli, ha sostituito negozi di vicinato e artigiani con venditori di cianfrusaglie e fast food.

Ma c’è un’altra conseguenza, che forse non è così evidente a chi non vive in città: negli abitanti residui sta sorgendo un senso di impotenza, di frustrazione e di mancanza di speranza nel futuro.

Per capire questi sentimenti è il caso di ricordare quanto hanno detto alcuni sindaci veneziani: un sindaco filosofo ha detto: “Il futuro di Venezia è a Mestre”; un suo predecessore, rettore universitario: “Venezia non si sta svuotando, si sta allargando”; quello attuale infine: “Non vi sta bene il turismo? Andate in terraferma”.

Non è stupefacente che non uno, ma più sindaci si permettano in sostanza di suggerire ai propri concittadini – che sono anche elettori – di andarsene?

È proprio questo il problema: se nessun altro sindaco al mondo si sognerebbe di dire una cosa del genere, a Venezia si può.
Si può perché non è penalizzante, in quanto gli abitanti della Venezia storica sono la metà di quelli della terraferma, e la loro forza elettorale, trascurabile, non permette loro di esprimere i propri amministratori, né di condizionarne il comportamento.

Pertanto gli ultimi abitanti della Venezia storica possono essere impunemente trattati come delle fastidiose presenze senza diritto di lamentela, la cui esistenza impedisce il completo e capillare sfruttamento turistico della “città più bella del mondo”.

Da ciò discende una frustrazione che vede nell’autonomia amministrativa, rappresentata dalla vittoria del SÌ nel prossimo referendum, la speranza di riappropriarsi del valore del proprio voto e della propria città.

Certo non sarà sufficiente, sarà solo il punto di partenza, perché l’autonomia da sola non genera buoni amministratori.
Ma almeno garantirà che saranno scelti da una comunità cui questi dovranno rendere conto, e permetterà di sostituirli alle elezioni successive
se non dovessero dimostrarsi all’altezza del compito.
Esattamente come avviene in qualunque città del mondo, dove un Sindaco non si sognerebbe mai di dire “se non ti sta bene, vai via”, ma dove invece, se è il Sindaco che non va bene, è LUI che deve andarsene.

Stefano Croce

(foto: Marco Gasparinetti)

 

Referendum primo dicembre, perché votare

A grande richiesta, pubblichiamo anche qui il documento distribuito ieri all’Ateneo Veneto.

#ReferendumVeneziaMestre

Il primo dicembre SI vota

Referendum, perché votare di nuovo?

Molti di noi non hanno votato, nel 2003. Abbagliati dalla promessa di decentramento da realizzarsi con le Municipalità, che si è poi rivelata fallimentare. Altri non hanno votato perché all’epoca non erano ancora maggiorenni, e ora lo sono, o non erano ancora residenti, e adesso lo sono. Questa sarà l’ultima occasione che avremo per poterci esprimere sull’articolazione territoriale del livello di governo più vicino ai cittadini: quello comunale. Sulla sua articolazione ottimale (uno, due o tre Comuni) possono esserci pareri discordi ma una cosa è certa: in molti ci lamentiamo di decisioni prese « sopra le nostre teste », a Roma o a Bruxelles, mentre il livello comunale è quello a cui i cittadini affidano la speranza di trovare ascolto, e la certezza di poter contare qualcosa con il loro voto. Diversamente da presidenti del consiglio e ministri, il sindaco è scelto dai suoi concittadini a suffragio universale diretto, senza la mediazione dei partiti e dei loro listini «bloccati».

Perché astenersi sarebbe un errore?

Chi si astiene delega la sua scelta ad altri, e in caso di mancato raggiungimento del quorum mortifica l’unico strumento di democrazia diretta che abbiamo, dando ai politici «di professione» un alibi per poter dire che al bene comune ci pensano loro senza bisogno di consultarci, visto che quando lo fanno non andiamo nemmeno a votare. Nel darci questa possibilità, che è prevista dalla Costituzione, il Presidente della Regione Veneto ha chiarito che sarà l’ultima: in caso di mancato raggiungimento del quorum, l’assetto istituzionale del Comune unico diventerà irreversibile. Che sia per votare Si o per votare No, la nostra partecipazione sarà un indice di maturità civica o al contrario un assegno in bianco a chi ci amministra, nel caso in cui prevalgano le astensioni. Perché una percentuale massiccia di astensioni darebbe ragione a chi dice che siamo una città di brontoloni mai contenti e inconcludenti.

Cosa succederebbe in caso di vittoria del Sì?

Trattandosi di un referendum consultivo sentite le popolazioni interessate », come dice la Costituzione) i passi successivi spettano alla Regione. In ogni caso il Comune di Venezia continuerebbe ad esistere per il principio di successione giuridica ereditando le competenze e il personale del Comune attuale, mentre quello di Mestre prenderebbe vita dopo un periodo di commissariamento. Le elezioni comunali a Venezia si terrebbero regolarmente nella primavera del 2020, quelle di Mestre verrebbero rinviate al termine del commissariamento.

Venezia conserverebbe il suo status di capoluogo di Regione in vir dell’articolo 1 dello Statuto regionale, a prescindere dai suoi confini e dal numero di abitanti, mentre il perimetro UNESCO resterebbe invariato ed è già sovracomunale in quanto comprende tutta la gronda lagunare. La separazione dei beni e delle quote azionarie nelle società partecipate seguirebbe un criterio misto popolazione/territorio, e altrettanto vale per il personale che verrebbe trasferito al nuovo Comune di Mestre. Le competenze statali e regionali sulla Laguna resterebbero invariate, così come quelle della Città metropolitana che continuerebbe a gestire le problematiche comuni come ambiente, trasporti e infrastrutture. Il buon funzionamento di porto, aeroporto e università non dipende in alcun modo dall’articolazione territoriale in uno o più Comuni, trattandosi di competenza esclusiva dello Stato.

1) Due Comuni autonomi, è una soluzione sostenibile?

Pochi Comuni come quello di Venezia possono contare su risorse proprie talmente cospicue da rendere improbabili (per non dire risibili) gli scenari catastrofici prospettati da chi punta tutto sulla paura del

«salto nel vuoto». Prima di esaminare punto per punto gli aggiustamenti che potrebbero verificarsi in materia di tasse comunali come la TARI, o di tariffazione intercomunale per quel che riguarda i trasporti, esaminiamo quindi il bilancio comunale attuale, confrontandolo quello di un altro Comune del ricco Nordest che ha una popolazione quasi identica : quello di Verona.

Entrate complessive nel 2018 (bilancio consuntivo) al netto di partite di giro ed entrate per conto terzi: Verona 560 milioni di euro contro i 758 del Comune di Venezia. Entrate tributarie: 249 milioni a Verona contro 392 milioni a Venezia. Parliamo pure degli extra costi di Venezia: 41 milioni e a dirlo è lo studio del Comune commissionato dal sindaco per “battere cassa a Roma. 41 milioni di extra costi, 143 milioni di extra ricavi (entrate tributarie), rispetto ad altro Comune «ricco» del ricco nord-est, con popolazione equivalente alla nostra.

Andiamo ad esaminare adesso le entrate che pochi altri Comuni in Italia possono vantare, per capire quanto siano infondate certe paure. Bilancio di previsione 2019: imposta di soggiorno 34 milioni, in crescita costante (e in sede di consuntivo risulta sempre superiore al bilancio di previsione); 16 milioni dal Casinò, 22 milioni netti dalla ZTL e 28 milioni dal trasporto pubblico (differenza fra entrate e spese) grazie alla quota che ACTV versa al Comune su ogni biglietto del trasporto acqueo (caso unico in Italia). Totale 100 milioni di euro, che in massima parte resterebbero nella Venezia insulare: quelli del Casinò per esplicita previsione normativa, ZTL e trasporto acqueo perché insistono sulla parte insulare del Comune attuale, imposta di soggiorno perché il 70% dei 75.888 posti letto ad uso turistico recensiti al 7 ottobre 2019 si trova nella Venezia insulare, e qui si trova anche la maggior parte degli alberghi a 4 e 5 stelle che pagano l’aliquota massima fra quelle attualmente previste (5 euro per i 5 stelle). A questo si aggiunga che Venezia, unica in Italia insieme con Roma, ha facoltà di portare l’imposta di soggiorno fino ad un massimo di 10 euro e con questo ha margini di manovra straordinari, senza nemmeno contare il contributo di accesso o tassa di sbarco che nelle intenzioni della Giunta attuale dovrebbe fruttare altre decine di milioni a regime.

Quali sarebbero i punti di forza dei due Comuni autonomi, per affrontare eventuali difficoltà temporanee? Nella Venezia insulare: moltiplicando i 52.293 posti letto ad uso turistico già registrati per un tasso di occupazione pari a 180 giorni all’anno (ben inferiore a quello attuale) e applicando il massimo dell’imposta di soggiorno, si arriverebbe a 94 milioni di euro. Con un’aliquota unica di 5 euro a notte per persona e un tasso di occupazione più vicino a quello reale (70%) siamo a 67 milioni di euro: il doppio di quanto indicato nel bilancio di previsione 2019.

A Mestre: alla voce «entrate» comunali, fra quelle attuali, un Comune di Mestre autonomo potrebbe contare sui due terzi circa di quelle derivanti da IMU (77 milioni) e addizionale IRPEF (32 milioni) senza dover fronteggiare gli extra costi (41 milioni) che gli uffici comunali attribuiscono alla Venezia insulare. La realtà è che il nostro territorio genera entrate talmente cospicue da permettere anche le spese più folli: per limitarci all’anno in corso, 25 milioni di euro soltanto per San Giuliano (di cui 7,7 per il nuovo polo nautico); 20 milioni per la viabilità di Mestre (fra rotatorie tunnel e « messa in sicurezza di strade e marciapiedi); 2,5 milioni per una piscina scoperta al Blue Moon e i 34 milioni (spalmati su due anni) con cui il Comune attuale si ricompra (dopo averla venduta) l’ex sede del Casinò al Lido: questa notizia è del primo novembre. La storia del Comune unico è piena di sprechi e follie, a partire dal Ponte della Costituzione detto «Calatrava». «Venezia mantiene Mestre » o «è Mestre che mantiene Venezia» sono due falsità usate per dividerci: la realtà è che sono i contribuenti a mantenere una macchina elefantiaca, opaca e propensa agli sprechi perché non deve renderne conto a nessuno.

La questione non è quindi quella della sostenibilità economica, ma quella del bilanciamento fra vantaggi e svantaggi dell’assetto amministrativo attuale rispetto a quello auspicato con il referendum, e a questi è dedicata la seconda parte della trattazione.

2) Due Comuni autonomi, è una soluzione auspicabile?

    1. Quali vantaggi per la gestione dei beni comuni e la qualità della vita?

Due amministrazioni «dedicate» e più vicine ai cittadini dei territori rispettivi ne renderebbero conto con maggior trasparenza, anche quando si tratta di alienare beni comuni o affidarli in concessione a privati con meccanismi che a volte profumano di clientelismo o favoritismi per gli amici di turno, nel Comune unico attuale e a prescindere dal colore politico dell’amministrazione di turno. I Comuni meglio amministrati in Italia, non a caso, sono quelli medio-piccoli, che figurano regolarmente in testa a tutte le statistiche sulla qualità della vita (Il Sole 24 Ore, Italia Oggi).

    1. Quali vantaggi per la selezione della classe politica e dirigente?

Nel Comune unico attuale, molti veneziani di talento si tengono lontani dalla politica attiva per dedicarsi ad altre attività, consapevoli del fatto che in Consiglio comunale farebbero soltanto i «soprammobili». Nel momento in cui potessimo eleggere un nostro sindaco e un nostro consiglio comunale, Venezia potrebbe contare su molti talenti che attualmente mettono a profitto in altro modo il capitale di capacità e conoscenze acquisito, con un ricambio di classe dirigente e politica che consentirebbe di uscire dalla palude stagnante in cui ci troviamo da decenni.

    1. Quali vantaggi per le politiche che ci toccano più da vicino?

Il Comune ha soltanto competenze residuali rispetto a quelle statali, regionali e metropolitane. Di conseguenza, nessuno di noi si illude che il referendum possa rappresentare la panacea per tutti i mali. Per analoghe considerazioni, sbaglia chi sulla sponda opposta paventa chissà quali sconvolgimenti in caso di vittoria del «sì». Al tempo stesso è anche vero che per alcuni problemi della vita quotidiana è il Comune a farsi carico di una serie di servizi e la qualità dei medesimi negli ultimi anni è peggiorata, a partire dai tagli operati durante la gestione commissariale (Zappalorto).

Nel riassumere le possibili ricadute del sì, facciamo innanzitutto notare che in sede di « Comitatone » (quello che ha «partorito» il Mose e ripartisce le risorse della Legge speciale, tanto per capirci) avere due voti è meglio che averne uno, come ben sa il Comune di Cavallino Treporti che da quando è autonomo ha saputo ritagliarsi risorse e trasferimenti supplementari con un bilancio florido e al netto dei crediti che avanza nei confronti di Venezia. L’analisi di vantaggi e svantaggi non va fatta su ciò che non potrà cambiare in quanto competenza statale o regionale, ma sulle competenze che vengono esercitate a livello comunale, partendo da quelle che il Sindaco in carica ha trattenuto per se stesso ritenendole

«strategiche»: commercio, cultura, traffico acqueo.

    1. Le competenze «sindacali» attuali

A parte le funzioni di indirizzo politico e quelle onorifiche che lo vedono nei consigli di amministrazione della Fenice e altri enti culturali, il sindaco attuale ha trattenuto alcune deleghe cruciali: cultura, commercio e traffico acqueo.

In materia di commercio, l’attenzione delle ultime amministrazioni comunali è stata esclusivamente riservata alle aree di pregio della Venezia insulare, prima con i « pianini » e poi con alcuni tardivi interventi nella seconda parte del mandato della Giunta attuale, mentre a Mestre continua la moria di attività dovuta anche al record nazionale di ipermercati e supermercati per metro quadro. Un’amministrazione comunale «dedicata» e mestrina riserverebbe ben altra attenzione a questo problema, così come un’amministrazione eletta nella Venezia insulare potrebbe finalmente dedicarsi all’irrisolta questione del traffico acqueo, che solo chi conosce in profondità la Laguna è in grado di affrontare.

    1. Turismo e residenzialità

La giunta in carica, se da un lato ha mille volte affermato di voler affrontare il problema, nei fatti non ha risolto nessuna delle criticità denunciate a gran voce dai residenti, ed è anzi riuscita ad esportare il problema anche a Mestre. La popolazione residente a Venezia è schiacciata a tenaglia da due ganasce: il turismo di giornata che la rende invivibile per intere settimane all’anno, e quello «pernottante» che nella sua ricerca insaziabile di «spazio vitale» si sta allargando come una mestastasi, rendendo di fatto impossibile la ricerca di una casa o appartamento in affitto per chi invece vive e/o lavora a Venezia.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la popolazione insulare che era di 84.738 residenti all’insediamento del Sindaco in carica è scesa sotto la soglia degli 80.000, mentre nello stesso arco di tempo i posti letto ad uso turistico extra-alberghiero sono cresciuti del 128%.

Al tempo stesso, la proliferazione delle locazioni turistiche e l’apertura di nuovi alberghi sull’altro lato del ponte aumentano a dismisura il numero di turisti che sono «pernottanti» a Mestre o altrove ma «escursionisti» giornalieri in moto perpetuo verso Venezia, portando al collasso il sistema di trasporto pubblico che non riesce più a soddisfare la domanda di chi a Venezia deve venirci tutti i giorni per lavoro (30.000 pendolari abbonati, dato ACTV) senza riuscire a trovare un tetto.

A parere di molti, finché il sindaco di Venezia verrà scelto con maggioranze che si formano altrove, questo problema verrà affrontato soltanto con le chiacchiere, mentre davanti ai nostri occhi abbiamo una città che muore. Il fenomeno che finora aveva interessato soltanto i sestieri (scesi sotto ai 46.000 residenti Giudecca esclusa) si sta infatti allargando anche alle isole la cui «tenuta» finora avevano permesso di attenuare la caduta complessiva e le isole sono state escluse dalla delibera sul «blocco dei cambi di destinazione d’uso », dando un chiaro messaggio alla speculazione alberghiera ed extra-alberghiera che ha subito sposato l’idea di «spalmar il turismo anche nelle poche oasi di pace rimaste.

    1. Coesione sociale

Mestre e Venezia hanno priorità molto diverse, con la prima che vanta il poco invidiabile primato italiano di morti per overdose, e la seconda caratterizzata dalla popolazione più anziana del Paese (se si considera il solo dato dei sestieri). Le politiche di coesione sociale andrebbero ricalibrate su queste due diverse realtà e due amministrazioni dedicate potrebbero farlo meglio di quella attuale, che si è affidata unicamente allo strumento repressivo per affrontare il primo problema, mentre ha completamente ignorato il secondo.

7. Ambiente e salvaguardia

Sul tema cruciale della salvaguardia, tornato alla ribalta delle cronache con le acque alte eccezionali di novembre, un sindaco eletto dai residenti nella Venezia insulare sarebbe tenuto a difenderne la sopravvivenza come civitas – e a renderne conto agli elettori – in modo ben diverso rispetto a chi ha come unica bussola il tornaconto elettorale immediato e ci considera “sacrificabili” sull’altare del turismo, perché la macchina del consenso su cui si formano le maggioranze – all’interno dei partiti e in Consiglio comunale – ci vedrà sempre più minoranza in casa nostra: chi vive nella parte pedonale del Comune attuale (Municipalità di Venezia Murano Burano) rappresenta soltanto il 23% del corpo elettorale, che diventa il 30% contando anche Lido e Pellestrina.

In tutti i protocolli per la qualità dell’aria finora sottoscritti e in tutte le misure finora adottate, la grande assente è la Venezia insulare, come se i motori diesel che alimentano le imbarcazioni fossero meno nocivi per la salute di quelli montati su quattro ruote. Senza addebitare al Comune colpe che non ha, su problemi che sono di competenza statale (canali marittimi e grandi navi) o regionale (inquinamento dell’acqua dovuto all’eccesso di fertilizzanti nel bacino scolante) il Sindaco del Comune unico non ha mai fatto assolutamente nulla per evitare che nei rii e nei canali di sua competenza la qualità dell’aria sia ormai la stessa di cui ci si ammala a Torino o Milano. Un’amministrazione dedicata sarebbe più attenta a questo problema, per il semplice motivo che ogni 5 anni dovrebbe risponderne agli elettori, e questo ragionamento è valido anche per la tutela del verde pubblico, le scelte urbanistiche e gli strumenti accessori quale il regolamento edilizio o quello di igiene.

I falsi problemi

    1. Falso problema numero uno: la TARI a Venezia

I vantaggi della divisione per Mestre sono chiari: dato che le tariffe TARI sono determinate a livello comunale, quelle di Mestre verrebbero allineate su quelle dei Comuni limitrofi senza più farsi carico degli extra-costi della Venezia insulare, con il risultato che potrebbero essere dimezzate. Nel caso di Venezia, a compensare gli extra costi dovrebbe essere l’imposta di soggiorno che per Legge può per l’appunto essere destinata a questo scopo. Sul gettito potenziale dell’imposta di soggiorno, rinviamo a quanto esposto nella prima parte al capitolo 4: si tratta di 67 milioni di euro che permetterebbero di non ritoccare, e caso mai di abbassare, le aliquote TARI che attualmente sono fra le più care in Italia. Si tratta di scelte politiche e discrezionali al pari di quella che invece, da parte del Sindaco in carica, vede l’imposta di soggiorno principalmente utilizzata per finanziare l’assunzione di una pletora di nuovi vigili urbani (con un incremento di organico già conseguito del 50% e l’obiettivo di arrivare a 800 agenti, come dichiarato alla stampa). Questione di priorità, all’interno di quelle consentite dalla tassa di scopo, e le priorità di un sindaco scelto dai residenti a Venezia sarebbero sicuramente diverse da quelle attuali (in allegato, la tabella con la destinazione dei proventi attuali dell’imposta di soggiorno)

    1. Falso problema numero due: la tariffazione ACTV in terraferma

ACTV è una intercomunale il cui socio di maggioranza è AVM, controllata al 100% dal Comune di Venezia; le quote azionarie verrebbero quindi ripartite fra i due Comuni. Per chi è titolare della VeneziaUnica”, che i Comuni siano uno o due non dovrebbe fare differenza alcuna. Per quel che riguarda gli abbonamenti mensili ACTV, si noti che già oggi all’interno del Comune unico è possibile optare per un abbonamento a tariffa ridotta per chi non fa uso dei mezzi di trasporto su gomma l’abbonamento “isole”) e nulla vieta di pensare che in futuro possano essere offerti abbonamenti a tariffa ridotta per chi non attraversa il ponte in senso “inverso e quindi non ha bisogno se non saltuariamente dei mezzi di trasporto acqueo. Il «falso problema» invece è riassumibile come segue. I proventi del trasporto acqueo (30 milioni annui) sono notoriamente molto più elevati di quelli del trasporto su gomma e rotaia (tram) grazie alla tariffa differenziata che viene applicata ai turisti non titolari della VeneziaUnica”. A chi teme un aumento delle tariffe a Mestre, si può far notare che nessun sindaco di Mestre sfiderebbe l’impopolarità aumentando le tariffe per residenti e pendolari, mentre con ogni probabilità farebbe quello che già si fa a Venezia: una tariffa maggiorata per i turisti che usano il tram o l’autobus per raggiungere Venezia, visto il proliferare di alberghi e altre strutture create proprio a quello scopo. Va peraltro detto che altri 70 milioni di euro vengono trasferiti dalla Regione al Comune unico attuale per contratto di trasporto pubblico e tale importo andrebbe comunque rivisto dato che è inferiore a quello riconosciuto ad altri Comuni, proprio in vir della specificità veneziana che (nel caso in cui non venisse estesa a Mestre) verrebbe a cadere legittimando trasferimenti più elevati, al pari dei Comuni vicini.

3. Falso problema numero tre: le opere di impatto transcomunale

Poniamo il caso che il futuro Comune di Mestre volesse fare delle strutture impattanti proiettate sopra le barene di Campalto o viceversa che il Comune della Venezia insulare progettasse qualcosa che impatta sul territorio di Mestre o Marghera, cosa succederebbe? ) Per tutti i progetti di questo tipo e qualunque sia il loro ambito territoriale, esiste una VIA obbligatoria (Valutazione di Impatto Ambientale) che non è MAI comunale: la VIA può essere solo statale o regionale, a seconda dell’importanza del progetto e delle sue ricadute.

4. Cosa non cambierà, qualunque sia l’esito del referendum

La libera circolazione delle persone è garantita dalla Costituzione italiana e dalla normativa europea, entrambe inderogabili. A nessuno potrà essere richiesto di pagare un biglietto o esibire un documento quando attraversa il ponte. Questo è invece quello che succederebbe proprio con il Comune unico attuale, il cui sindaco ha fortemente voluto un «contributo di accesso» (oggetto di due distinti ricorsi al TAR) le cui modalità di riscossione diretta richiedono proprio quel tipo di controlli intrusivi che qualcuno teme e cha andrebbero a discapito dei lavoratori pendolari che sono numerosi nei due sensi di marcia. A tali modalità siamo fortemente contrari come Gruppo25aprile, e una diversa maggioranza nel prossimo Consiglio comunale – o ancor meglio due Consigli comunali distinti – potrebbe fare tabula rasa di quella delibera, che in caso di conferma del Sindaco in carica entrerà invece in vigore il primo luglio 2020.

Sulle altre leggende metropolitane che circolano, si rinvia a questa pagina, già pubblicata a settembre e in corso di aggiornamento:

https://gruppo25aprile.org/2019/09/24/referendum-cosa-cambierebbe-e-cosa-non-cambierebbe/


Conclusioni

Il primo dicembre c’è chi voterà con il cuore e chi voterà con il portafoglio. Ai secondi va semplicemente ricordato dati alla mano che questo territorio è una miniera d’oro capace di generare entrate tali che solo un’amministrazione corrotta o inefficiente o bugiarda potrebbe ritenere insufficienti o tali da sconsigliare l’istituzione di due Comuni dove invece le priorità di spesa sarebbero più trasparenti e verificabili dal singolo cittadino, mentre le sacche in cui si nascondono gli sprechi sarebbero più difficili da occultare.

A chi voterà con il cuore, e non solo con il portafoglio, non serve dire nulla perché sarebbe inutile: ci sono motivazioni irrazionali come quella di chi si aggrappa alla scritta Comune di Venezia” sulla carta di identità dopo aver venduto la casa o il bar allo straniero di turno, e c’è invece chi è stato costretto a lasciarla suo malgrado. Ai secondi andrà tutto il nostro rispetto anche se voteranno diversamente da noi – e anche all’interno del gruppo (che ha più di 3.000 iscritti) c’è chi voterà NO.

Chi ama Venezia e non solo a chiacchiere andrà comunque a votare il primo dicembre, perché sa che questa è l’ultima chance di restituirle un futuro. Chi non la ama si astenga pure dal voto, ma non venga a chiederci il nostro nel 2020.

Il Gruppo25Aprile

Post scriptum:

“Il primo dicembre a Venezia si vota ancora una volta per l’autonomia amministrativa della città. Nessuno lo sa. Non se ne parla. Lo stesso sindaco, interessato al fallimento del referendum, scoraggia il voto. E, invece, proprio da questo voto può cominciare la rinascita. Venezia ha un disperato bisogno di un’amministrazione dedicata alla sua particolare realtà, sublime, fragile e unica. Per sopravvivere nel secondo millennio della sua storia gloriosa Venezia deve tornare a essere non un «centro storico» ma una città nel senso più pieno della parola, con i suoi confini d’acqua, le sue difese contro l’invasione del mare e dei turisti, un suo popolo vivente che esprima i propri amministratori responsabili. Ripartiamo da qui. Dalla mobilitazione civica per il voto del 1 dicembre. Votiamo per una città che non sia una rovina definitiva, una Pompei lagunare. Venezia non è solo la più bella città del vecchio mondo, è anche l’esperimento cruciale del mondo a venire. Chi salva una vita salva il mondo intero, recita il Talmud. È senz’altro vero per la vita di Venezia”. Antonio Scurati, premio Strega 2019 , 16 novembre 2019, al Corriere della Sera.

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